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Giovanni Aldini condusse nel 1802 esperimenti su teste mozzate. L’obiettivo di Aldini era di far battere le ciglia, o provocare altri movimenti, usando la pila voltaica (prima versione della batteria che produceva corrente continua a 100 volt) creata da Alessandro Volta. Aldini ha dimostrato che con la pila voltaica poteva spingere i cavi nelle orecchie, nella bocca, nel naso e persino nel cervello, per provocare la contorsione dei muscoli facciali. James Lind un ricercatore interessato alla teoria di Aldini riuscì con la corrente elettrica a far muovere le zampe di una rana. Lind, fu spesso visitato da Percy Bysshe Shelley. Sua moglie, MARY SHELLEY fu autrice del romanzo “The Modern Prometheus” meglio noto come “Frankenstein”.
Le decapitazioni hanno avuto il massimo splendore al tempo della Rivoluzione Francese, non a caso l’ultima esecuzione per mezzo di decapitazione è avvenuta in Francia nel 1977. Sin da quando la decapitazione era uno spettacolo pubblico, la gente si è quindi sempre domandata: Si rimane coscienti dopo che la testa viene staccata dal corpo?

Ed è proprio grazie alle pubbliche esecuzioni che alcune testimonianze risalenti all’epoca della Rivoluzione Francese, vogliono che si siano viste teste sbattere le ciglia o fare strane espressioni con il volto. I medici dell’epoca stavano cominciando a prendere dimestichezza con l’anatomia del corpo umano e con la consapevolezza che lo stato di coscienza non svanisce di colpo  ma che anzi impiegherà il tempo necessario affinché il sangue defluisca dal cervello. Ma per quanto tempo si rimarrebbe coscienti dopo la decapitazione? Purtroppo “ai bei tempi” non vi erano cineprese per tramandare ai posteri i risultati degli esperimenti sulle teste decapitate, ma pare che i medici dell’epoca chiedessero alla testa di sbattere le palpebre a comando più volte, così da cronometrare il tempo intercorso tra la decapitazione e la perdita della coscienza. La testimonianza arrivata a noi parla di trenta secondi ma non è chiaro se si tratti di una effettiva risposta al comando o se siano invece dei semplici spasmi muscolari involontari.

Passiamo ora ad esaminare alcune testimonianze (pseudo?) “scientifiche”.

 

Il Pittore Antoine Joseph Wiertz

Il 18 febbraio 1848, due uomini e una donna entrarono nella piazza di fronte alla Porte de Hal, a Bruxelles, dove una pubblica esecuzione avrebbe avuto luogo poco dopo l’alba. Erano lì per condurre uno studio “scientifico” rivoluzionario e, previo accordo con le autorità penali belghe, fu loro permesso di salire sul patibolo e attendere accanto alla ghigliottina proprio nel punto esatto in cui le teste mozzate di due criminali condannati sarebbero cadute. Uno degli uomini era Antoine Joseph Wiertz, un noto pittore belga, con lui un ipnotizzatore e una testimone. Lo scopo di Wiertz in quel giorno d’inverno era di realizzare un esperimento unico e straordinario. Lungamente ossessionato dal desiderio di sapere se una testa mozzata rimanesse conscia dopo una ghigliottina, il pittore aveva accettato di essere ipnotizzato e istruito nell’identificarsi con un uomo che stava per essere giustiziato per omicidio. A quanto pare, il pittore ormai sotto ipnosi, cominciò a sentirsi piuttosto inquieto all’apparire del carretto che trasportava i condannati a morte. Riferì di provare sensazioni di paura e dolore al collo. Quando i due condannati furono piazzati sul patibolo, l’ipnotista istruì Wiertz di identificarsi direttamente con una delle teste che sarebbero di li a poco finite nella cesta. Un istante prima che il boia mettesse in pratica l’esecuzione Wiertz cambiò idea e chiese al suo amico di interrompere l’esperimento, ma era ormai troppo tardi. La lama calò….

Antoine Joseph Wiertz: Guillotined Head (1855). Musée Antoine Wiertz, Brussels.

Uno dei due condannati a morte, stando al biografo di Joseph Wiertz, doveva essere un ladro di nome François Rosseel, che con l’aiuto del suo complice Guillelme Vandenplas si era introdotto il mese prima nella casa della di Mademoiselle Evanpoel, sua affittuaria, colpendo a morte lei e due servitrici per un bottino di poche centinaia di franchi. Fu un crimine molto efferato sconvolse tutto il Belgio. Se ne scrisse molto sui giornali e Wiertz seguì con attenzione la vicenda e alla fine scelse proprio i due assassini come oggetto del suo esperimento.

… La lama calò, era troppo tardi per interrompere l’esperimento. Wiertz fu quindi “indotto” ad identificarsi con la prima testa che rotolò nella cesta: quella di Rosseel. In seguito il pittore riportò per iscritto quelle che furono le sue sensazioni e buona parte del testo era in prima persona. Questo scritto accompagnava un quadro da lui dipinto proprio per quell’occasione e stampato solo qualche anno dopo. Eccone alcuni estratti:

Il mio amico, Il Signor D. mi prese per mano, mi condusse davanti alla testa mozzata e chiese: «Che cosa provi? Che cosa vedi?» L’agitazione mi impediva di rispondergli immediatamente. Ma subito dopo ho gridato nel massimo orrore: «Terribile! La testa pensa!» Fu come se un incubo opprimente mi trattenesse nel suo incantesimo. Il capo dell’uomo giustiziato pensava, vedeva, soffriva. E ho visto quello che ha visto, capito quello che pensava e sentito ciò che ha sofferto. Quanto è durato? Tre minuti, mi hanno detto. L’uomo giustiziato deve aver pensato: trecento anni.
La testa giace sotto al patibolo e tuttavia crede ancora che sia sopra, crede ancora di essere parte del corpo, e attende ancora il colpo che la taglierà. Orribile sensazione di soffocamento! Non c’è modo di respirare. L’asfissia è spaventosa. Viene da una mano disumana e soprannaturale, che si appesantisce come una montagna sulla testa e sul collo … Oh, ancora più sofferenza orribile sta dinanzi a lui. Una nuvola di fuoco passa davanti ai suoi occhi. Tutto è rosso e brilla.
Ora l’uomo giustiziato pensa di allungare le mani strette e tremanti verso la testa morente. È lo stesso istinto che ci spinge a premere una mano contro una ferita aperta. E si verifica con l’intenzione, l’intenzione terribile, di rimettere la testa sul tronco, di conservare un po ‘di sangue, un po’ di vita. La testa ghigliottinata vede la sua bara, vede il suo tronco e le sue membra collassare, pronto per essere rinchiuso nella scatola di legno in cui migliaia di vermi stanno per divorare la sua carne. I medici esplorano il tessuto del collo con la punta di un bisturi. Ogni puntura è un morso di fuoco. Anche lui vede i suoi giudici … Si siedono bene serviti a un tavolo, parlando tranquillamente di affari e piacere … Il cervello esausto vede … il più piccolo dei suoi figli vicino a lui. Oh! gli piace. I suoi capelli biondi e ricci, le sue piccole guance tonde e rosa … E nel frattempo, sente il cervello che continua ad affondare e sente pugnalate affilate di dolore …L’esistenza umana sfuma via da lui. Gli sembra lentamente diventare tutt’uno con la notte. Ora solo una leggera nebbia – ma anche quella si allontana, si dissipa e scompare. Tutto diventa nero … L’uomo decapitato è morto.

Wiertz – Studi su teste mozzate. (1855)

Tutto questo, secondo Wiertz durerebbe ben tre minuti. Improbabile a dir poco, così come il “metodo scientifico” utilizzato.

Aneddoti mai provati riguardanti la sopravvivenza della coscienza nelle teste mozzate giravano già nella Francia diciannovesimo secolo, e alcune di esse sopravvivono ancora oggi grazie ad Internet. Per esempio, quelle su Lavoisier, il chimico, che avrebbe concordato con un assistente il battito delle palpebre tutte le volte che poteva dopo la sua esecuzione nel 1794. L’assistente avrebbe contato 15 o 20 cenni, al ritmo di uno al secondo. Si racconta anche che “quando il carnefice sollevò il capo di Charlotte Corday, che aveva pugnalato Marat nel suo bagno, gli diede uno schiaffo sulla sua guancia, si dice che la testa fosse arrossita mostrando inequivocabili segni di indignazione. Nessuna delle due storie, tuttavia, si basa su una solida fonte. All’epoca, l’argomento suscitava interesse di tanti ed i medici condussero molti esperimenti per rispondere alla fatidica domanda: “Può una testa mozzata vivere dopo essere stata separata dal corpo?”. I resoconti di molti di questi esperimenti possono essere trovati nella letteratura.

Il 13 novembre 1879, E. e G. Descaisne, due medici, padre e figlio, furono testimoni dell’esecuzione di Théotime Prunier, che era stato dichiarato colpevole dello stupro e del conseguente omicidio di un’anziana donna a Beauvais. Un rapporto del British Medical Journal, del 13 dicembre 1879, rileva che i medici ricevettero un accesso alla testa dell’assassino e “provarono alcuni esperimenti”, concludendo: “Abbiamo accertato, per quanto umanamente possibile, che il capo del criminale in questione non aveva alcuna parvenza del senso del sentimento, che gli occhi hanno perso il potere della visione e che, in effetti, la testa era perfettamente morta a tutti gli effetti.

Un rapporto più completo, pubblicato sulla Gazzetta Médicale de Paris, riportava alcuni dei test a cui i medici sottoposero la testa gridando «Prunier!» nell’orecchio, pizzicandogli la guancia, inserendo un pennello intriso di ammoniaca nelle narici, punzecchiando il viso con gli aghi e tenendo una candela accesa su un bulbo oculare. Questione chiusa. Questa è la prova schiacciante che una testa non può vivere neanche un istante separata dal corpo. E invece no! perché a quanto pare la testa fu affidata ai due medici soltanto cinque minuti dopo la decapitazione. E a tutti pare improbabile che la testa possa resistere così a lungo senza il resto del corpo.

Nel settembre del 1880, stando al racconto del dottor Dassy de Lignères, del quale non si sa nulla altro, alcuni esperimenti furono condotti sulla testa di un assassino particolarmente sgradevole di nome Louis Ménesclou. Ménesclou, 19 anni, aveva attirato una bambina nella sua stanza, l’aveva violentata e uccisa. Dopo l’assassinio aveva smembrato vittima e parti del suo corpo furono trovate nelle sue tasche.

In questo caso, Dassy de Lignères ha ricevuto la testa tre ore dopo l’esecuzione. Il dottore ha affermato di aver collegato le principali vene e arterie a una scorta di sangue fornita da un cane vivente. Un quarto di secolo dopo, quando il dottore rilasciò un’intervista al quotidiano francese Le Matin (3 marzo 1907), affermò che:

«Il colore quasi immediatamente tornava sul viso, le labbra si gonfiavano e le fattezze del morto si affievolivano. Mentre la trasfusione procedeva, improvvisamente, inequivocabilmente, per un periodo di due secondi, le labbra balbettavano silenziosamente, le palpebre si contraevano e funzionavano, e l’intera faccia si destava in un’espressione di stupito stupore. Posso affermare… che per quei due secondi, il cervello pensava!».

Sembra tuttavia davvero il racconto volutamente sensazionalistico di una rivista scadente o di un dottore racconta balle. Quella che segue è forse la testimonianza più importante.

Foto reale del 1905. La ghigliottina pronta per Languille

Il 30 giugno 1905, il dott. Gabriel Beaurieux ottenne il permesso per assistere all’esecuzione tramite ghigliottina di Henri Languille, un “bandito che aveva terrorizzato la Beauce e il Gatinais, nella valle del Loing, tra Parigi e Orléans, per diversi anni.” Il suo rapporto concludeva che Languille aveva mantenuto una qualche forma di coscienza per circa mezzo minuto dopo la sua esecuzione.

«La testa cadde sulla superficie mozzata del collo e non dovetti quindi prenderlo tra le mani, al contrario di quanto riferito da tutti i giornali. Non ero obbligato nemmeno a toccarla per metterla in posizione verticale. Il caso mi ha servito bene per l’osservazione che desideravo fare».
«Ecco, quindi, quello che ho potuto osservare subito dopo la decapitazione. Le palpebre e le labbra dell’uomo ghigliottinato si muovevano con contrazioni irregolari, tutto questo per circa cinque o sei secondi. Questo fenomeno è stato notato da tutti coloro che si trovano nelle stesse condizioni in cui mi trovavo io»
«Dopo alcuni secondi movimenti spasmodici cessarono. La faccia era adesso rilassata e le palpebre semichiuse sugli occhi, lasciando visibile solo il bianco della congiuntiva, esattamente come nei moribondi che abbiamo occasione di vedere ogni giorno nell’esercizio della nostra professione, o come in quelli appena morti. Fu allora che chiamai una voce forte e acuta: “Languille!” Vidi le palpebre sollevarsi lentamente, senza contrazioni spasmodiche – insisto su questa particolarità – ma con un movimento uniforme, del tutto distinto e normale, come succede nella vita di tutti i giorni, con persone risvegliate o strappate dai loro pensieri».
«Successivamente, gli occhi di Languille si fissarono sui miei le sue pupille si strinsero come a mettere a fuoco. Il suo non era affatto lo sguardo opaco e senza alcuna espressione, che si può osservare nelle persone morenti. Avevo a che fare con occhi innegabilmente viventi che mi guardavano. Dopo diversi secondi, le palpebre si chiusero di nuovo, lentamente e in modo uniforme, e la testa assunse lo stesso aspetto che aveva avuto prima che io chiamassi».
«Chiamai di nuovo e ancora una volta, senza alcuno spasmo, lentamente, le palpebre si sollevarono e gli occhi innegabilmente vivi si fissarono sui miei con forse ancora più penetrazione della prima volta. Poi le palpebre tornarono a chiudersi, ma ora un po’ meno. Ho provato l’effetto di una terza chiamata; non ci fu più alcun movimento, e gli occhi assunsero lo sguardo glaciale che hanno nei morti.

Languille in piedi accanto al suo patibolo? Un falso!

Sebbene questa sia l’unica testimonianza più o meno credibile, ci sono alcuni fatti da tenere in considerazione.

Ci sarebbe una fotografia che ritrarrebbe Languille accanto al suo patibolo. La “foto” è un falso, con figure dipinte sulla foto (quella vera) del patibolo nella piazza vuota.

Ingrandendo la foto del patibolo, si può notare come non ci sia nessuna superficie piana dove la testa del condannato a morte potesse cadere dritta. Il dottore afferma che non fu obbligato a prendere la testa tra le mani perché questa cadde su una superficie piana, che però nella foto sembrerebbe non esserci. In più non è stato possibile trovare alcun riferimento al dottor Gabriel Beaurieux in nessuno dei giornali dell’epoca.

La ghigliottina che decapitò Languille

In VERDE dove veniva posizionato il condannato a morte, in ROSSO dove la testa andava a cadere. Non c’è una superficie pina sulla quale la testa possa poggiarsi