Chernobyl

I sette nomi che hanno avuto un ruolo chiave a Chernobyl nel peggior disastro nucleare della storia.

Molti avranno seguito, o quanto meno sentito parlare della (bellissima) serie TV CHERNOBYL mandata in onda su Sky Atlantic nel 2019. Proprio da qui abbiamo sentito (forse per la prima volta) nominare quei sette nomi che hanno avuto un ruolo chiave nel peggior disastro nucleare della storia.

Chissà cosa sarebbe sucesso se …

L’esplosione di Chernobyl, avvenuta vicino al confine tra le repubbliche allora sovietiche di Ucraina e Bielorussia, sarebbe avvenuta se …

il vicedirettore in servizio quella notte non fosse stato privato del sonno? O se il responsabile amministrativo dell’impianto non avesse ceduto alle pressioni dei superiori per un incidente precedente?

Quante avrebbero potuto salvarsi dalle radiazioni se i funzionari del governo non avessero perso tempo per l’evacuazione dei cittadini?

Ecco sette protagonisti chiave della tragedia:

Viktor BryukhanovDirettore della Centrale Atomica di Chernobyl

Viktor Brukhanov in una seduta della Corte suprema dell'URSS, 1987. Foto di Sputnik / Alamy
Viktor Bryukhanov in una seduta della Corte suprema dell’URSS, 1987. Foto di Sputnik / Alamy

Viktor Petrovich Bryukhanov (Виктор Петрович Брюханов), dedicò gran parte della sua vita adulta al sogno comunista di portare l’energia nucleare nell’URSS. Nominato a capo del progetto nucleare di Chernobyl quando aveva solo 34 anni — e il sito della centrale non era altro che un campo deserto coperto da neve — Bryukhanov era un uomo molto cordiale e benvoluto dal suo staff, ma sovraccarico di lavoro e vessato dai suoi capi del Partito Comunista. Nella primavera del 1986, era ad un passo dal suo trionfo personale: la centrale di Chernobyl era tra le stazioni nucleari più performanti dell’Unione Sovietica; e Pripyat, la città che si era fondata per ospitare le famiglie dei lavoratori della centrale, risultava molto all’avanguardia per i tempi, un fiore all’occhiello per l’URSS.

Con l’avvicinarsi delle vacanze del Primo Maggio, Bryukhanov, ora cinquantenne, aspettava notizie da Mosca a riguardo di una sua promozione. Bryukhanov più volte era stato stato costretto coprire alcune pecche strutturali e contabili dell’impianto, addirittura insabbiando un grave incidente avvenuto nel 1982 (parziale fusione del nocciolo).

Un anno dopo, Bryukhanov avallò l’accensione del reattore più recente e avanzato della stazione, l’unità n. 4. A questa unità, tuttavia mancava un test di sicurezza fondamentale. Bryukhanov programmò questo test perché si svolgesse durante un regolare arresto di manutenzione del reattore il 25 aprile 1986. Il deputato di Bryukhanov – uomo leale al Partito Comunista e che aveva imparato quel poco che sapeva della fisica nucleare in un corso di corrispondenza – non si prese nemmeno la briga di avvisare il suo capo.

Come capo amministrativo dell’intera centrale di Chernobyl, Bryukhanov era il diretto responsabile di tutto ciò che, nel bene o nel male, accadeva nell’impianto. Quando vide per la prima volta l’entità della distruzione dell’Unità Quattro, il suo primo pensiero fu: “Andrò in prigione”.

Anatoly DyatlovVice-capo ingegnere per le operazioni presso la centrale atomica di Chernobyl

Anatoly Dyatlov è tra i sei imputati che partecipano al processo per il loro ruolo nel disastro di Chernobyl.

Uno degli ingegneri nucleari più esperti alla centrale di Chernobyl, Anatoly Dyatlov era arrivato in Ucraina dal laboratorio segreto 23 ad ovest della Russia, dove aveva supervisionato una squadra che installava reattori nella crescente flotta di sottomarini a propulsione nucleare dell’URSS.

Ma i giovani operai civili della centrale nucleare, mal sopportavano il modo di fare di Dyatlov più abituato a strutture militari. Gli impiegati di Chernobyl trovavano il siberiano dai capelli grigi rude e dittatoriale. E sebbene i lavoratori lo rispettassero per la profondità delle sue conoscenze, molti lo temevano o addirittura lo detestavano. Dyatlov insisteva sul fatto che tutti dovessero seguire alla lettera e senza esitazioni i suoi ordini, pena severe punizioni.

La notte dell’incidente, Dyatlov era responsabile della supervisione del tanto atteso test di sicurezza sul reattore n. 4. Quando finalmente ebbe inizio, nelle prime ore del 26 aprile, non dormiva ormai da parecchie ore e la cosa lo rendeva irascibile come mai. Quando il giovane ingegnere del reattore, Leonid Toptunov, ha commesso un errore subito dopo essere subentrato ai controlli all’inizio del suo turno di mezzanotte, Dyatlov ha insistito per continuare il test, anche se lo stesso Toptunov e i protocolli di sicurezza suggerivano diversamente.

Leonid ToptunovIngegnere anziano della Centrale Nucleare di Chernobyl, quinto turno, reattore quattro

Laureato presso l’Istituto di Ingegneria e Fisica di Mosca — la controparte sovietica del Massachusetts Institute of Technology — Toptunov aveva solo 25 anni quando la notte dell’incidente era al controllo del reattore n. 4. Ben addestrato, con una mentalità indipendente, il baffuto Toptunov aveva scritto la sua tesi di laurea sulla fisica dei reattori e sapeva bene che, in determinate circostanze, le apparecchiature della centrale potevano rivelarsi difficili da gestire. Toptunov era stato promosso ad operatore anziano da soli due mesi e non aveva mai proceduto prima alla complicata operazione di spegnimento di un reattore. Non era neanche a conoscenza dei numerosi difetti di progettazione che rendevano gli incidenti non solo possibili, ma probabili anche durante il normale funzionamento. Ne conseguirono una serie di passi cruciali, nessuno dei quali non avrebbe causato di per sé un disastro. Ma in questo caso, sommati insieme, portarono ad mortale conclusione.

Chi ben comincia …

Prima che iniziasse il test, Toptunov per qualche ragione saltò un passo nel processo per passare del controllo automatico a quello manuale del reattore. Questo provocò un’accidentalmente diminuzione della potenza. La sua formazione lavorativa gli suggerì di spegnere il reattore, terminando l’importante test prima ancora che fosse iniziato.

Ma Anatoly Dyatlov, il senior manager nella stanza di controllo, costrinse Toptunov con minacce di ripercussioni lavorative, ad aumentare la potenza del reattore fino al livello richiesto per il test. Questa decisione ha scatenato un “Runaway” del reattore. Con il termine runaway (o run-away) ci si riferisce ad una situazione in cui un incremento di temperatura crea delle condizioni che determinano un ulteriore aumento di temperatura, per cui si verifica la perdita del controllo di un sistema

Alla fine del test, che è durato solo 36 secondi, Toptunov ha premuto il pulsante di spegnimento di emergenza del sistema (SCRAM). Lo SCRAM si rivelò essere la procedura più pericolosa, a causa dei gravi difetti di progettazione del reattore. Il suo effetto fu propio il contrario di quanto dovuto: fece aumentare ancora di più la potenza anziché spegnere il reattore. L’aumento di potenza all’interno del nucleo ha generato due esplosioni. La prima delle due deflagrazioni sparò in aria l’enorme coperchio di cemento che copriva il reattore nucleare come se nulla fosse.

Valery LegasovPrimo vicedirettore dell’Istituto di energia atomica di Kurchatov, Mosca

Esperto ed investigatore sul disastro della centrale nucleare di Chernobyl.
Foto Sputnik / Alamy

Felicemente sposato e padre di due figli adulti, Valery Legasov aveva 49 anni al momento dell’incidente e si stava avvicinando al culmine della sua carriera ai vertici dell’establishment scientifico sovietico.

Aveva vinto tutti i premi più prestigiosi dello stato, tranne uno. Legasov, proprio in riconoscimento del il suo lavoro, si aspettava di essere nominato capo dell’Istituto di energia atomica non appena il suo capo e mentore, l’ottantenne Anatoly Aleksandrov, si sarebbe ritirato. Figlio di un importante ideologo del Partito, Legasov era un vero sostenitore del comunismo ed era politicamente irreprensibile. Era anche un atleta appassionato. Legasov amava sciare, giocare a tennis e in più, scriveva poesie nel suo tempo libero.

Ha appreso dell’incidente nello stabilimento di Chernobyl durante una riunione regolare del Partito Comunista la mattina di sabato 26 aprile. In quanto specialista di radiochimica, sapeva ben poco sui reattori nucleari, ma gli era stato ordinato di unirsi a una commissione governativa. Una volta sulla scena ha subito assunto il controllo dell’emergenza e cercando di contenere le conseguenze dell’esplosione.

Ciò che Legasov ha visto a Chernobyl avrebbe cambiato il corso della sua vita: il caos e l’incompetenza che regnavano hanno minato la sua fiducia nel socialismo. La dose di radiazioni ricevute hanno influito sulla sua salute mentre i suoi successivi tentativi di riformare il sistema scientifico sovietico distrussero la sua carriera.

Boris ShcherbinaVicepresidente del Consiglio dei ministri sovietico e presidente della Commissione Governativa a Chernobyl

Un apparatchik brizzolato a capo delle industrie del combustibile e dell’energia dell’URSS, Scherbina si preparava a tenere un discorso ai lavoratori in un giacimento petrolifero vicino al confine con il Kazakistan quando ricevette una convocazione urgente da Mosca. Bisognava volare in Ucraina per occuparsi della gestione di un disastro a Chernobyl.

A 66 anni, calvo, con la un viso da bulldog e sicuro di sé, Scherbina era responsabile non solo di tenere sotto controllo la catastrofe, ma anche di indagarne sulle conseguenze. Senza la sua approvazione, nulla poteva essere fatto all’interno della zona di esclusione.

Arrivato sulla scena la sera dopo l’esplosione, ha ignorato il reale pericolo della situazione. Egli stesso rifiutò di indossare tute anti-radiazioni, respingendo anche le richieste di evacuazione immediata della città di Pripyat. Riteneva che solo i deboli ed i dissidenti volessero fuggire da una situazione che tutto sommato “non era così tanto pericolosa”. Soltanto trentasei ore dopo, a seguito di fuoriuscite di radionuclidi tossici relitto del reattore che i residenti della città sono stati finalmente autorizzati evacuati.

Lyudmilla IgnatenkoMoglie del sergente Vasily Ignatenko, membro della terza guardia, caserma dei pompieri della città di Pripyat

Lyudmila Ignatenko piange la morte di suo marito mentre partecipa alla prima cerimonia commemorativa in omaggio ai liquidatori che sono morti a causa dell’esposizione alle radiazioni nelle prime settimane dopo la catastrofe. Igor Kostin / Sygma / Getty Images

Arrivata a Pripyat nel 1979, appena uscita da scuola all’età di 16 anni, Lyudmilla prese un letto in un dormitorio per studenti e un lavoro come pasticciera nella mensa della centrale nucleare di Chernobyl. Poco dopo, incontrò Vasily Ignatenko, un giovane pompiere della Paramilitary Fire Station n. 6 della città. La coppia si sposò nel 1983 e si trasferì in un piccolo appartamento con una camera da letto nella dependance sopra la caserma dei pompieri riservata ai membri della brigata e alle loro famiglie. Lyudmilla rimase incinta di due gemelli, ma abortì. Entro la primavera del 1986, aspettava di nuovo.

La coppia avrebbe dovuto partire per far visita ai genitori di Vasily, che vivevano in un villaggio oltre il confine, in Bielorussia, per aiutarli a piantare un raccolto di patate. Vasily aveva già ricevuto autorizzazione firmata che gli concedeva lasciare il lavoro alle quattro del mattino del 26, in tempo per prendere il il primo treno con sua moglie. Intorno all’una e trenta del mattino, Lyudmilla sentì tre camion che si preparavano a partire dalla stazione dei pompieri, quindi chiamò suo marito dal balcone per chiedere dove stavano andando. «La centrale nucleare è in fiamme», ha risposto Vasily. «Vai a dormire. Ti sveglierò quando torno a casa». Non è mai tornato.

Maria ProtsenkoCapo Architetto della città di Pripjat

Nata da genitori sino-russi in Cina, cresciuta in Unione Sovietica, ma esclusa dal Partito Comunista per le sue origini straniere straniera, Protsenko nonostante le scarse risorse a disposizione, è riuscita ad impartire bellezza e individualità agli edifici della città.

Piccolina ma implacabile. Pattugliava le strade rimproverando le squadre di costruzione per i lavori scadenti “frustandoli” con vari invettive. Protsenko stava in oltre progettando l’espansione Pripyat da 50.000 a 200.000 abitanti.

Quando le radiazioni dell’esplosione del reattore n. 4 iniziarono ad inghiottire la città, Protsenko fu responsabile dell’organizzazione dell’evacuazione. Pianificò la fuga di ogni famiglia da ogni condominio di Pripyat. Quando più di mille autobus arrivarono per portare in salvo la popolazione, Protsenko si fermò all’ingresso della città con una mappa e diede agli autisti istruzioni su dove andare.

Quando l’ultimo autobus partì, Protsenko rimase sul posto, convinta dalle assicurazioni del Partito che i cittadini sarebbero presto tornati nelle case che aveva aiutato a costruire.

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