Chernobyl

L’evacuazione di Pripyat: I funzionari hanno agito con grave ritardo

Con le radiazioni di Chernobyl che letteralmente piovevano dal cielo, i funzionari del partito comunista hanno esitato, ritardato e nascosto la verità. Giorni dopo hanno dato ai residenti della vicina Prypiat soltatno 50 minuti di tempo per evacuare

Nelle prime ore del 26 aprile 1986, il mondo fu testimone della peggiore catastrofe nucleare della storia. Un reattore nella centrale nucleare di Chernobyl nel nord dell’Ucraina è esploso, diffondendo nuvole radioattive in tutta Europa e in gran parte del globo. Complessivamente, l’incidente di Chernobyl ha rilasciato nell’atmosfera 50 milioni di curie di radiazioni, l’equivalente di 500 bombe di Hiroshima.

Nessuno voleva ammettere che il nocciolo era distrutto

La chiamata arrivò intorno alle 5:00 del 26 aprile, svegliando l’uomo più potente della terra, il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbachev.

Il messaggio: c’era stata un’esplosione e un conseguente incendio nella centrale nucleare di Chernobyl, ma il reattore era intatto. «Nelle prime ore e persino il primo giorno dopo l’incidente non si sapeva che il reattore era esploso e che c’era stata un’enorme emissione nucleare nell’atmosfera», ha ricordato in seguito Gorbaciov. Non vide la necessità di risvegliare gli altri membri della leadership sovietica o interrompere il fine settimana chiamando una seduta di emergenza del Politburo. Invece, Gorbachev ha approvato la creazione di una commissione statale per esaminare le cause dell’esplosione e affrontarne le conseguenze.

Boris Shcherbina, vice capo del governo sovietico e presidente dell’alta commissione, è stato richiamato da un viaggio d’affari in Siberia e inviato in Ucraina. Arrivò a Prypiat, la città che ospitava i lavoratori edili e gli operatori della centrale nucleare, intorno alle 20:00 del 26 aprile, più di 18 ore dopo l’esplosione. Fino a quel momento era stato fatto ben poco per affrontare le conseguenze del disastro, poiché nessuno nella gerarchia sovietica locale aveva osato assumersi la responsabilità di dichiarare esploso il reattore. Shcherbina iniziò dunque una riunione per capire la situazione e decidere sul da farsi.

Solo allora tutti accettarono ciò che solo poche ore prima nessuno voleva neanche pensare. L’esplosione aveva danneggiato gravemente il nucleo del reattore, e la radioattività si era diffuso ovunque.

I livelli di radiazione aumentavano e c’era il pericolo di altre esplosioni. I membri del partito ancora temporeggiavano

La questione era: come impedire che il nocciolo bruci producendo sempre più radioattività? Si scambiarono idee. Shcherbina voleva usare l’acqua, ma gli spiegarono che l’acqua poteva effettivamente intensificare il fuoco di un incendio nucleare. Qualcuno suggerì di usare la sabbia. Ma come portarla al reattore? Shcherbina aveva già chiamato elicotteri militari e unità chimiche nell’area. I loro comandanti erano diretti a Prypiat.

Poco dopo le 21:00, mentre i membri della commissione erano in riunione, il reattore si svegliò improvvisamente. Tre potenti esplosioni illuminarono il cielo rosso scuro sopra il reattore danneggiato, mandando in aria pezzi roventi di barre di combustibile e grafite. “È stato uno spettacolo impressionante”, ha ricordato uno degli esperti della commissione che ha osservato la scena dal terzo piano del quartier generale del partito a Prypiat, dove era ospitata l’alta commissione.

All’inizio della giornata, gli esperti avevano previsto una possibile reazione a catena non appena un temporaneo avvelenamento da xeno avesse placato i suoi effetti sul reattore. Quelle esplosioni potevano essere il primo indizio di un’esplosione molto più grande a venire. Non c’era altra scelta che aspettare ulteriori sviluppi. Sperano in bene.

Ma anche senza ulteriori esplosioni, i cittadini di Prypiat erano in grave pericolo. Il vento si alzò all’improvviso, spingendo le nuvole radioattive verso nord dal reattore danneggiato e coprendo parti della città. I livelli di radiazione aumentarono sulla piazza della città di fronte al quartier generale del partito nel centro di Prypiat. Gli strumenti passaono da 40 a 320-330 microroentgens (unità che misura l’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche) al secondo o, se meglio preferite, 1,2 roentgens all’ora.

Bisogna evacuare!

Armen Abagian, il direttore di uno degli istituti di ricerca sull’energia nucleare di Mosca, che era stato inviato a Prypiat come membro della commissione governativa, si avvicinò a Shcherbina e chiese che la città fosse evacuata. Abagian era appena tornato dalla centrale, dove le esplosioni del reattore lo avevano colto di sorpresa. Lui e i suoi colleghi avevano dovuto cercare riparo sotto un ponte di metallo. «Gli ho detto che i bambini giocavano per le strade, che le persone stendevano la biancheria. E l’atmosfera era radioattiva ”, ricorda Abegian.

Ma secondo i regolamenti governativi adottati nell’Unione Sovietica nel 1963, l’evacuazione della popolazione civile non era necessaria a meno che la dose di radiazioni accumulata dagli individui non raggiungesse il livello di 75-roentgen. I calcoli avevano dimostrato che con l’attuale livello di radioattività, l’assunzione sarebbe stata di circa 4,5 roentgens al giorno. Con una soglia ufficiale non ancora raggiunta, Yevgenii Vorobev, alto funzionario medico della commissione, era riluttante ad assumersi la responsabilità di ordinare un’evacuazione.

La polizia indossava maschere antigas, ma ai residenti arrivavano solo voci di quanto stava accadendo.

Mentre la commissione era ancora al lavoro, qualcuno cominciava a lasciare la città. Le reti telefoniche interurbane erano state interrotte e agli ingegneri e ai lavoratori della centrale nucleare era stato proibito di divulgare notizie su ciò che era accaduto. Ma le notizie cominciavano ad arrivare sui soliti canali informali che avevano sempre servito i cittadini sovietici. Canali che da sempre fornivano notizie dettagliate meglio dei media ufficiali, controllati dallo stato. Già a poche ore dall’esplosione le voci sull’incidente alla centrale elettrica erano arrivate in città.

Lidia Romanchenko, un’impiegata di un’impresa edile di Chernobyl, ha ricordato: «Verso le otto del mattino del 26 aprile, un vicino mi ha chiamato e ha detto che il suo dirimpettaio non era tornato dalla centrale elettrica. Diceva che si era verificato un incidente». Tale informazione fu presto confermata da un’altra fonte. «Il nostro amico dentista ha detto che erano stati tutti svegliati di notte a causa di un’emergenza e convocati in clinica, dove le gli operai della centrale continuavano ad arrivare per tutta la notte». Romanchenko ha deciso a sua volta di condividere la notizia con i suoi amici e familiari. «Mi sono messa subito in contatto con i miei famigliari, e i miei amici più intimi, ma loro avevano già fatto i bagagli durante la notte. Erano già stati informati di quanto accaduto»

Il tam-tam delle voci è più efficace delle informazioni ufficiali

La città di Prypiat stava lentamente prendendo coscienza del disastroso incidente. Liudmila Kharitonova, ingegnere in un’impresa edile, si stava recando nella sua casa di campagna quando lei e la sua famiglia furono fermati dalla polizia. Dovevano tornare in città. Liudmila vide schiuma nelle strade. Stavano trattando le strade con una soluzione speciale spruzzate da camion cisterna. Nel pomeriggio apparvero mezzi di trasporto militari per le strade e aerei ed elicotteri militari riempirono il cielo. La polizia e i militari indossavano respiratori e maschere antigas. Ai bambini, tornati da scuola, avevano consigliato di rimanere in casa. A scuola gli avevano somministrato compresse di iodio.

«Verso sera cominciavamo ad essere sul serio allarmati», ha ricordato Kharitonova. «È difficile dire da dove provenisse quel senso di allarme. Forse eravamo solo suggestione o forse era l’aria che ci spaventava. L’aria cominciava ad assumere un odore metallico».

Si sparse la voce che quelli che volevano andarsene potevano farlo. Tuttavia, non c’erano informazioni ufficiali ne su ciò che era accaduto ne su cosa bisognava aspettarsi. Liudmila e la sua famiglia andarono alla stazione ferroviaria di Yaniv prendendo un treno per Mosca. «I soldati pattugliavano la stazione di Yaniv», ha ricordato. «C’erano molte donne con bambini piccoli. Sembravano tutti un po’ confusi, ma riuscivano a mantenere calma. Sentivo che una nuova era stava nascendo. Quando il treno entrò in stazione, mi sembrò diverso. Sembrava se fosse appena arrivato dal vecchio mondo pulito che conoscevamo, entrando nella nostra nuova era avvelenata. L’età di Chernobyl

Appena 50 minuti di preavviso per completare l’evacuazione

Era quasi la mezzanotte del 26 aprile quando Abegian e altri scienziati riuscirono a convincere Shcherbina a ordinare un’evacuazione. Ma la decisione di Shcherbina aveva bisogno dell’approvazione dall’alto. «Ha chiesto a un segretario di partito, ma questo gli ha risposto: ‘No, non posso darti il ​​mio consenso’», ha ricordato uno dei partecipanti alla riunione. “Così ha provato con un altro che gli ha anche espresso simpatia, ma anche lui ha detto non poteva dare il suo consenso». Alla fine Shcherbina ha telefonato direttamente al suo capo, il premier Nikolai Ryzhkov.

«Shcherbina mi ha chiamato sabato sera», ha ricordato Ryzhkov, «e mi ha riferito della situazione. ‘Abbiamo misurato la radiazione mi disse. Prypiat deve essere evacuata. Subito. La centrale si trova nelle vicino alla città e sta emettendo forti radiazioni. La gente sta vivendo a pieno ritmo, i matrimoni stanno continuando … ‘. Ho deciso subito: Evacuazione domani, gli ho detto. Prepara i treni e gli autobus e dì alle persone di prendere solo le le cose indispensabili.». All’1:00 del 27 aprile, i funzionari locali di Prypiat avevano ricevuto l’ordine urgente da Shcherbina di preparare elenchi di cittadini per l’evacuazione. Shcherbina concesse solo due ore per completare il lavoro.

Via libera!

Le colonne di autobus, attendevano da ore il via libera sulla strada tra la centrale di Chernobyl e il centro di Prypiat assorbendo alti livelli di radiazioni. I Bus cominciarono a muoversi solo all’1:30 del mattino del 27 aprile. I livelli di radioattività in città stavano aumentando rapidamente.

Il 26 aprile si registrò un aumento di radiazioni dai 14 ai 140 milliroentgens all’ora, ma verso le 7:00 del 27 aprile era passati dai 180 ai 300 milliroentgens. In alcune aree più vicine alla centrale nucleare, si toccarono addirittura i 600 milliroentgens. Il piano originale prevedeva di iniziare l’evacuazione la mattina del 27 aprile, ma la decisione fu così tardiva da non riuscire a rispettare la scadenza. L’evacuazione è quindi slittata al primo pomeriggio.

La radio diffonde la notizia

Subito dopo le 13.00 la radio cittadina di Pripyat trasmise un gelido e spettrale annuncio che invitava i cittadini a prendere l’essenziale e prepararsi ad una temporanea evacuazione verso Kiev. Migliaia di persone stavano lasciando la propria casa senza sapere che in realtà non l’avrebbero più rivista.

Alcuni cittadini di Pripyat, presero l’evacuazione con sollievo ma altrettanti vennero colti di sorpresa.

Per 36 ore dopo l’esplosione le persone non avevano ricevuto informazioni affidabili. Non hanno mai ricevuto istruzioni su come proteggere se stessi e i loro figli. I livelli di radiazione che secondo le leggi sovietiche avrebbero dovuto innescare un avvertimento pubblico sui pericoli dell’esposizione alle radiazioni, erano già stati registrati nelle prime ore del 26 aprile. Nessun funzionario però se la sentì di avvisare la popolazione. Alla fine, alla gente è stato chiesto di radunare le proprie cose e di aspettare per strada solo 50 minuti prima dell’inizio dell’evacuazione. Erano bravi cittadini e hanno fatto esattamente ciò che gli era stato detto di fare.

Non sarebbero più tornati a casa ma loro non lo sapevano

Liubov Kovalevska, giornalista locale era tra le migliaia di persone che salirono sugli autobus quel pomeriggio, per non tornare mai più al loro le case. Aveva trascorso buona parte della notte precedente a calmare la sua anziana madre, che non riusciva a dormire dopo aver sentito le voci sull’imminente evacuazione. Ora tutta la loro famiglia era pronta a partire. Fu detto loro che tra tre giorni sarebbero tornati a casa.

«C’erano già autobus ad ogni entrata della città», ricordato Kovalevska. «Tutti erano vestiti come se volessero andare in campeggio, la gente scherzava e tutto era piuttosto tranquillo. C’era un poliziotto accanto a ogni autobus, che controllava i residenti secondo un elenco, aiutava le persone a portare le loro cose mentre probabilmente pensava alla sua famiglia, che non era nemmeno riuscito a vedere nelle ultime 24 ore.»

Le ultime, spettrali immagini di una città ormai morta

Un film girato il 26 e 27 aprile dai cineasti locali conserva le immagini di un matrimonio che si svolge in una città immersa nelle radiazioni. Mostra giovani uomini e donne vestiti con leggeri abiti estivi con i loro bambini piccoli, che camminano per le strade, giocano a calcio su campi e mangiano gelato all’aperto. Queste immagini diventano surreali quando lo scenario cambia mostrano camion cisterna che puliscono le strade, poliziotti e soldati in equipaggiamento protettivo, truppe che pattugliano le strade di Prypiat e persone in attesa degli autobus che li avrebbero portati per sempre via dalle loro case.

Un fotogramma mostra una bambola sul davanzale di un condominio. Sembra essere in attesa del ritorno della sua proprietaria. Scintille e lampi bianchi nei fotogrammi del film rivelano il vero significato di ciò che sta succedendo. Queste “interferenze” sono cicatrici lasciate da particelle radioattive che attraversano la pellicola entrando dalle spesse lenti della cinepresa. I cineasti di Chernobyl hanno continuato a girare, i loro ultimi fotogrammi provengono dalle finestre degli autobus in partenza. Stavano inconsapevolmente filmando le ultime immagini della città ancora piene di gente.

Ma qualcuno è rimasto in città …

Alle 16:30 l’evacuazione era quasi completa. Le autorità erano ansiose di riferire il loro primo successo a Mosca. «Domenica, Shcherbina ha chiamato a pranzo», ha ricordato il Primo Ministro Nikolai Ryzhkov. «Non ci sono più persone rimaste a Prypiat. Ci sono solo cani che corrono in giro». Alla gente non era stato permesso di portare i propri animali domestici. Pochi giorni dopo, la polizia avrebbe creato squadre speciali per uccidere i cani randagi.

Ma i cani non erano i soli rimasti a Prypiat. Quasi 5.000 lavoratori della centrale nucleare rimasero per garantire che lo spegnimento degli altri reattori procedesse come previsto. Giovani amanti approfittarono della partenza dei loro genitori per avere a loro completa disposizione gli appartamenti. Alla fine, c’erano gli anziani che hanno deciso di restare nelle case. Non riuscivano a capire perché dovevano partire quando l’evacuazione era solo per tre giorni.

Negli alloggi temporanei, gli sfollati hanno portato non soltanto i loro corpi irradiati, ma anche i loro vestiti contaminati e i loro effetti personali personali. Il giorno successivo, i funzionari del KGB hanno informato le autorità del partito ucraino che dei circa 1.000 sfollati che si erano trasferiti nelle città e nei villaggi del vicino oblast di Chernihiv. 26 di loro necessitarono di ricovero negli ospedali per i sintomi di malattia da radiazioni.

Clamorosi errori nella gestione delle fasi successive all’evacuazione

Il KGB era impegnato a frenare la “diffusione di voci e informazioni inaffidabili che avrebbero solo creato panico“, ma non poteva fare nulla per la diffusione delle radiazioni. Terminata l’evacuazione di Pripyat e dei villaggi vicini, gli autobus tornarono in servizio regolare a Kiev. Questa mossa sbagliata contribuì a portare alti livelli di radiazioni in una città con 2 milioni di abitanti.

La leadership del partito centrale rifiutò di annullare l’enorme parata del Primo Maggio a Kiev, nonostante le prove dell’aumento dei livelli di radiazione. Migliaia di scolari parteciparono alla festa. Molti di loro sono stati successivamente evacuati anche da quella città. A differenza dei cittadini di Prypiat, però, nell’autunno del 1986 tornarono a casa. Solo poche decine di persone sono morte a Kiev come conseguenza diretta dell’esplosione e dell’avvelenamento da radiazioni.

L’impatto dannoso dell’incidente è ancora lungi dall’essere finito. I test rivelano che il Cesio-137 intorno a Chernobyl non sta decadendo rapidamente come previsto. Gli studiosi ritengono che l’isotopo continuerà a danneggiare l’ambiente per almeno 180 anni. Altri radionuclidi rimarranno forse nella regione per sempre. L’emivita del plutonio-239, le cui tracce sono sono arrivate fino in Svezia, è di 24.000 anni.

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