Storia

Quando le canzoni ancora sfumavano nel finale

La dissolvenza, un tempo onnipresente, ormai è sparita da qualche tempo. Il suo il declino è stato lungo, graduale e ... appena notato

La dissolvenza – la tecnica di concludere una canzone con una lenta diminuzione del volume negli ultimi secondi – divenne comune negli anni ’50 e regnò per tre decenni.

Il compositore Gustav Holst capì il potere della dissolvenza e la utilizzò in un concerto del 1918. Per la sezione “Nettuno” di The Planets, Holst ha fatto cantare il coro femminile in una stanza fuori dal palco. Diede istruzioni affinché, sul finale, la porta fosse chiusa molto lentamente: “Questa parte deve essere ripetuta fino a quando il suono non si perde in lontananza”. Il tentativo di Holst era quello di evocare la lontananza del pianeta Nettuno, appunto, e i misteri del cosmo. Le prime dissolvenze registrate hanno attinto allo stesso modo scenari del mondo reale, come il treno di passaggio della canzone di George Olsen del 1930, “Beyond the Blue Horizon“.

Quando la registrazione era strettamente meccanica, in cui le vibrazioni delle onde sonore creavano direttamente le scanalature su dischi o cilindri. Erano necessari sforzi eroici per terminare una registrazione con una dissolvenza.

La dissolvenza prima dell’avvento del mixer

Patrick Feaster, un etnomusicologo presso l’Università dell’Indiana Bloomington, specializzato nella conservazione dei primi supporti sonori, afferma che ottenere una dissolvenza, agli albori delle registrazioni audio, di solito significava portare lentamente il fonografo lontano dalla fonte del suono.

I progressi della tecnologia hanno avuto un ruolo importante nell’ascesa della dissolvenza. La registrazione elettrica cominciò negli anni ’20, consentendo agli ingegneri di studio di aumentare o diminuire l’amplificazione. Negli anni 40 e 50, con l’introduzione della registrazione su nastro magnetico diventata ampiamente disponibile l’effetto è stato ancora più semplice l’effetto. Molte delle prime dissolvenze furono aggiunte semplicemente i DJ avevano poco tempo per soddisfare le esigenze delle radio. Altra motivazione per l’effetto sfumato era il tempo di esecuzione limitato di un lato del vinile usato per un singolo.

Ad un certo punto, i tecnici del suono hanno pensato che la dissolvenza poteva essere utilizzata anche per ottenere ottenere effetti stilistici, non più legati a questioni di durata. Proprio mentre il pubblico accettava nei brani musicali suoni che non potevano essere ottenuti in mondo reale, come le sovraincisioni e il riverbero artificiale, arrivarono a considerare la dissolvenza come un altro strumento nel proprio arsenale sonoro.

La dissolvenza viene spesso tacciata di essere una pigra scappatoia per terminare una canzone pigra. Ma quelli che sono considerati tra i migliori musicisti, spesso implementano lievi cambiamenti per ricaricare l’attenzione dell’ascoltatore millisecondi prima che tutto taccia.

C’è modo e modo

Una buona dissolvenza richiede più che una manopola ruotata. Jeff Rothschild, un ingegnere del suono che ha lavorato tra i tanti anche con Bon Jovi, spiega che il volume deve “scendere un po’ più velocemente all’inizio, per poi scendere in una dissolvenza più lunga, prima di lasciare spazio al silenzio”. Proprio come la canzone, la dissolvenza ha un inizio, una metà e una fine. Sempre secondo Rothschild «La dissolvenza su un groove o su una session strumentale è un regalo arrivederci all’ascoltatore. È come dirgli “Grazie per essere rimasto fino alla fine. Ecco qualcosa per te”.»

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